Ciao a tutti,
in questo periodo si sentono spesso parole come crisi, disoccupazione, contratti a progetto, stabilità; sicuramente sono i temi caldi di questo tempo, ma una volta trovato il lavoro siamo sicuri di essere veramente felici?
Io questa domanda me la sono posta, il mio sogno è sempre stato quello di alzarmi la mattina, fare colazione e uscire canticchiando contento di andare a fare quello che veramente mi piace, come quando andavo all'università, sicuro di andare ad apprendere qualcosa di nuovo, fare due risate coi miei amici e respirare un po' di futuro.
Nella vita reale però non sempre è così, solitamente si dice qualcosa del tipo "non mi posso lamentare con la crisi che c'è in giro...", questo però è sintomo di rassegnazione e rinuncia che spesso di traducono in lavoro di modesta qualità e poco "engagement" (come si dice nella società globale), considerando poi che la maggior parte della nostra giornata è occupata dal lavoro, direi che è sintomo di scarsa qualità di vita.
Ma come si fa a trovare il lavoro che fa per te? Non necessariamente è quello che hanno fatto i tuoi genitori o quello che ritenevi potesse essere quando andavi ancora a scuola, anzi le idee si schiariscono quando ormai hai già iniziato il percorso scolastico e pure l'università, la maggior parte delle volte ci si trova imbottigliato in una situazione difficile da sbrogliare e non ti resta che seguire la corrente.
Quindi come si fa?
La risposta come spesso è più semplice del previsto, occorre analizzare le abitudini, gli interessi e le attitudini dell'individuo, ovvero considerarlo come persona che si deve adattare ad un macrocosmo a lui congeniale, in poche parole basta cercare il lavoro che ti assomiglia!
Il recruiter quindi non dovrebbe più interrogare il candidato sugli aspetti tecnici che la posizione impone di possedere, ma bensì dovrebbe analizzarne il carattere, quindi una ricerca di natura più psicologica che tecnica.
Questo almeno secondo i ricercatori Claudia Harzer e Willibald Ruch, che ritengono sia la personalità la qualità predominante, c'è chi è positivo e ottimista anche nelle situazioni più difficili, chi sa mantenere il self-control in momenti imbarazzanti, chi è gentile e generoso e chi è naturalmente incline al lavoro di gruppo e alla collaborazione tra colleghi.
Certo uno cambiamento del genere non può partire solo da chi assume, dovrebbe essere ridisegnato l'intero percorso di istruzione in modo da costruire delle solide basi su cui costruire la struttura che si ritiene più congeniale una volta raggiunta la consapevolezza. Per far ciò la scuola e soprattutto l'università dovrebbe aiutare lo studente a identificare le proprie attitudini e punti di forza, inoltre penso che il percorso scolastico obbligatorio dovrebbe essere più breve lasciando lo spazio per continuare solo a coloro che veramente ne hanno intenzione e ne abbiano le capacità.
Penso sia estremamente interessante questa ricerca e spiegherebbe come tanti manager utilizzano le vacanze per rilassarsi coltivando l'orto o facendo delle attività di volontariato, quindi perché adattarsi a ciò che la società ci impone se possiamo deciderlo da subito?
Solo utopia o è possibile cambiare?
L'articolo completo lo trovate su Repubblica.
Buone idee a tutti.
Omar
...e quindi?
RispondiEliminaBeh la risposta non posso darla io, il mio è uno spunto di riflessione, mi piace però l'idea che le persone vengano valutate per loro attitudini piuttosto che per loro competenze, questo è un modo per investire sull'individuo per tirar fuori il vero potenziale di ognuno.
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